La parte più consistente dello sviluppo del Banco Ambrosiano avvenne nel secondo cinquantennio di vita, quando la banca giunse a qualificarsi come uno dei primi istituti di credito privati in un panorama nazionale dominato dalla proprietà pubblica. Questo risultato fu raggiunto grazie all'abilità di cui i suoi amministratori diedero prova nel cogliere le occasioni di crescita offerte dal rapido sviluppo di una delle regioni più dinamiche e internazionalizzate del paese, guida del processo di industrializzazione italiano. La crescita comportò un'espansione contenuta della rete territoriale e consistette soprattutto in un aumento della capacità operativa realizzato grazie allo sviluppo del lavoro con l'estero e all'acquisizione di partecipazioni bancarie, finanziarie e assicurative all'interno e, a partire dagli anni Sessanta, anche all'esterno dei confini nazionali. Un riflesso della crescita fu la capacità di differenziare la clientela dei debitori tanto in termini dimensionali che settoriali, raggiungendo più che nel passato imprese medie e grandi (sia pubbliche che private) e settori caratterizzati da produzioni o processi innovativi. Negli anni successivi al crack della gestione Calvi (1982), consolidata la propria posizione e in un contesto normativo nazionale ormai sempre più orientato alla liberalizzazione dei mercati creditizi e finanziari, il Nuovo Banco Ambrosiano riprese il disegno di crescita e ne intensificò i ritmi. Le tappe più rilevanti di tale percorso furono la fusione nel 1989 con la Banca Cattolica del Veneto - da cui ebbe origine il Banco Ambrosiano Veneto - e, successivamente, la penetrazione nel Mezzogiorno con l'incorporazione di Citibank Italia e di una serie di banche locali in Puglia, Campania e Sicilia.
La Banca Cattolica del Veneto, il secondo dei due istituti che sono all'origine del Banco Ambrosiano Veneto, rappresenta un'anima differente della banca di tradizione cattolica, quella, per intendersi, ispirata ai principi della cooperazione e della solidarietà tra le forze produttive. Essa vanta inoltre una precedenza cronologica rispetto al Banco Ambrosiano, dal momento che fu fondata, sotto il nome di Banca Cattolica Vicentina, nel 1892. Per certi versi un controcanto «bianco», socialmente orientato, al movimento delle banche popolari, l'Istituto nacque come società anonima cooperativa finalizzata a sostenere l'economia locale sovvenendo secondo schemi mutualistici alle necessità dei soci e del variegato spaccato artigiano-professionale tipico di una società ancora prevalentemente agricola ma già toccata dal fenomeno dell'industrializzazione. Programmaticamente la Banca avrebbe rivolto un'attenzione particolare alle società cattoliche di mutuo soccorso, alle casse rurali e alle altre istituzioni del solidarismo cattolico. Lungo un percorso di apprendimento non scevro di difficoltà, nei primi decenni di vita l'Istituto affinò gradualmente le capacità di gestione nel segno di un equilibrio tra le esigenze della solidarietà e i vincoli di bilancio. Alla fine degli anni Venti la Banca Cattolica Vicentina si presentava come il più idoneo degli istituti di credito cattolici per guidare il salvataggio delle numerose banche confessionali del Triveneto messe in gravi difficoltà dalla grande crisi. L'incorporazione di tre banche nel 1930 fu l'occasione per il cambio della ragione sociale in Banca Cattolica del Veneto. Alla prima fusione altre sei ne seguirono negli anni Trenta e ancora cinque tra il 1946 e il 1969, dando origine a un modello di crescita per aggregazione che è la principale ragione della elevata densità di insediamento territoriale dell'Istituto. Gli sportelli della Banca Cattolica del Veneto ammontavano a 111 nel 1940, a 152 nel 1965 e 204 nel 1989, al momento della fusione con il Nuovo Banco Ambrosiano. Dopo la guerra, sotto il controllo dell'Istituto per opere religiose (Ior) come maggiore azionista (1946-1971) e sotto la guida di Secondo Piovesan, che dal 1930 resse la direzione della banca per oltre un quarantennio, gli anni più intensi della crescita economica nazionale prospettarono alla Banca Cattolica del Veneto l'opportunità di una progressiva modifica degli orientamenti operativi e la Banca si inserì - cautamente ma con adesione crescente - nei molteplici meccanismi istituzionali del finanziamento dell'industria (dal piano Marshall ai fondi Erp, ai mediocrediti regionali), rinunciando all'identificazione esclusiva con la cooperazione e il mondo agricolo, assecondando - in virtù della presenza capillare - lo sviluppo regionale negli assetti sociali ed economici oggi noti della «terza Italia». Alla vigilia della costituzione della «prima» Banca Intesa, alla metà degli anni Novanta, il Banco Ambrosiano Veneto si presentava come un istituto di credito di dimensione nazionale, caratterizzato da intensi legami con il territorio in alcune aree della penisola, protagonista di primo piano nel processo di concentrazione del sistema bancario italiano. |